Noi e la parola scritta

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Re: Noi e la parola scritta

Messaggio Da Zoe il Mer 24 Feb 2010, 22:55

Assenza

Dovrò cambiare di posto la vita,
oggi ancora tuo specchio,
dovrò rifarla daccapo a ogni alba.
Da che sei andata via
quanti i luoghi che si sono fatti vani
e senza senso, come
luci accese di giorno.
Sere ch'eran cornici del tuo volto,
musiche dove c'eri tu ad attendermi,
parole di quel tempo,
tutto dovrò di mia mano distruggere.
In quale avvallamento celerò
l'anima mia perché non veda il sole
terribile del tuo non esser qui
che arde spietato, senza fine?
La tua assenza è per me
come la corda che stringe la gola,
come il mare per chi stia naufragando.

Jorge Luis Borges
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Re: Noi e la parola scritta

Messaggio Da fear-of-the-dark il Mar 27 Apr 2010, 00:58

«Prendi più tè.»
«Non ne ho ancora preso niente, non posso prenderne di più.»
«Vuoi dire non puoi prenderne di meno. È facile prendere più di niente.»
[Alice e la lepre marzolina da "Alice nel paese delle meraviglie"]

direi che questa frase va bene per il mio momento...
notte!
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Re: Noi e la parola scritta

Messaggio Da Antigone il Mar 27 Apr 2010, 12:21

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

questa morte che ci accompagna

dal mattino alla sera, insonne,

sorda, come un vecchio rimorso

o un vizio assurdo. I tuoi occhi

saranno una vana parola,

un grido taciuto, un silenzio.

Cosí li vedi ogni mattina

quando su te sola ti pieghi

nello specchio. O cara speranza,

quel giorno sapremo anche noi

che sei la vita e sei il nulla.

Per tutti la morte ha uno sguardo.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

Sarà come smettere un vizio,

come vedere nello specchio

riemergere un viso morto,

come ascoltare un labbro chiuso.

Scenderemo nel gorgo muti.

Cesare Pavese
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Re: Noi e la parola scritta

Messaggio Da Mede@ il Dom 09 Mag 2010, 16:21

Supplica a mia madre

E’ difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…


Pier Paolo Pasolini





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Re: Noi e la parola scritta

Messaggio Da Tyn@67 il Dom 09 Mag 2010, 16:25

Mede@ ho appena finito di sentire queste parole pronunciate dallo steso Pasolini in un video su you tube e sono ancora emozionata....

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Re: Noi e la parola scritta

Messaggio Da Bess il Dom 09 Mag 2010, 16:34

Medea, Tyn oggi siamo in sintonia, io ho "riascoltato" quel video (credo sia lo stesso) questa mattina e, anche per ragioni personali, mi commuove sempre
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Re: Noi e la parola scritta

Messaggio Da Mede@ il Dom 09 Mag 2010, 16:36

Tyn@67 ha scritto:Mede@ ho appena finito di sentire queste parole pronunciate dallo steso Pasolini in un video su you tube e sono ancora emozionata....



Bess ha scritto:Medea, Tyn oggi siamo in sintonia, io ho "riascoltato" quel video (credo sia lo stesso) questa mattina e, anche per ragioni personali, mi commuove sempre


amore amore amore amore

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Re: Noi e la parola scritta

Messaggio Da Tyn@67 il Dom 09 Mag 2010, 16:39

Bess ha scritto:Medea, Tyn oggi siamo in sintonia, io ho "riascoltato" quel video (credo sia lo stesso) questa mattina e, anche per ragioni personali, mi commuove sempre
Tra l'altro, tanto per restare in tema, anche nel film "i cento passi" Peppino Impastato legge questa "poesia" a sua madre e la fa leggere anche a lei....è un momento toccante del film

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Re: Noi e la parola scritta

Messaggio Da Bess il Dom 09 Mag 2010, 16:49

è vero Tyn!
comunque io ogni volta che leggo queste parole sto proprio male ... per cui ora mi devo riprendere, un abbraccio a entrambe
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Re: Noi e la parola scritta

Messaggio Da Bess il Dom 14 Nov 2010, 00:59

Il post di Bea ( bacio ) di là in cazzeggio mi ha fatto venir voglia di andare a riprendere questa cuoricino



Mia madre invece aveva un vecchio grembiule
per la festa e il lavoro,
a lui si consolava vivendo.
In quel grembiule noi trovammo ristoro
fu dato agli straccivendoli
dopo la morte, ma un barbone
riconoscendone la maternità
ne fece un molle cuscino
per le sue esequie vive



Il grembiule, Alda Merini
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Re: Noi e la parola scritta

Messaggio Da mambu il Dom 14 Nov 2010, 01:04

e a me hai fatto pensare alle sette gonne sovrapposte della nonna di Oskar Matzerat
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Re: Noi e la parola scritta

Messaggio Da Bess il Dom 14 Nov 2010, 01:14

chissà
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Re: Noi e la parola scritta

Messaggio Da Brina78 il Dom 09 Ott 2011, 21:37

Ma quanto è bello leggere i vecchi thread

Perchè mi rendo conto che veramente ormai questo forum fa parte dei miei ricordi, ed è una cosa che mi piace.

Poi ritrovi lo stile di ognuno, e ormai siete riconoscibili a...profilo chiuso

Metti un mambu, per esempio Vuoi che non avesse sboroneggiato pure qui

E poi ci sono utenti che non si fanno più vedere da un pezzo, e io mi ricordo bene anche di loro, di quello che scrivevano, di ciò che gli piaceva... chissà se tornano...

E poi questo thread era proprio bello
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Re: Noi e la parola scritta

Messaggio Da seunanotte il Mar 18 Ott 2011, 20:32

Non sapevo dove postare la notizia ma "Noi e la parola scritta"mi sembra un titolo adatto per ricordare Andrea Zanzotto,morto oggi a 90 anni.

"Io non credo che la poesia abbia tanti poteri. La poesia è come, diciamo, un piccolo essere che emette su un prato [...] il suo 'bip-bip-bip' di segnalazione di una possibilità decente di vita e anche di una possibilità di bellezza che rende la vita migliore, e di solidarietà tra gli uomini. Seppure il quadro è sempre più minaccioso, non sono tanto pessimista da pensare che [...] le 'umane volontà congiunte' non possano in qualche maniera ritrovare un linguaggio efficiente, un linguaggio comune, un linguaggio nuovo attraverso il quale si arrivi anche a inventare un mondo migliore".
(Andrea Zanzotto, Il nido natale)

"La poesia è, prima di tutto, un incoercibile desiderio di lodare la realtà, di lodare il mondo ”in quanto esiste”. La poesia è una specie di elogio della vita in quanto tale proprio perché è la vita stessa che parla di sé (in qualche modo) ad un orecchio che la intenda (in qualche modo); parla a suo modo, forse in modo sbagliato; ma comunque la vita, la realtà “crescono” nella lode, insieme generandola e come apettandola. Ma attraverso la poesia non viene avanti soltanto una lode (è questo un sentimento, e un concetto, che ritroviamo in tutta una tradizione poetica); si profila un vero e proprio “collaudo” della realtà. In che senso? La realtà si manifesta ben presto anche al bambino nella tragedia delle sue contraddizioni; lascia persino intravedere la sua nullità finale; ma ha pur sempre attimi (che non sono affatto “rari” o “privilegiati” perché possono sorprenderci in qualsiasi momento, anche nel più profondo della stagnazione depressiva) in cui essa rivela la propria dignità assoluta, o meglio la propria “degnità” di esistere, che ha ragioni unicamente in se stessa, tutte da evidenziare, mai del tutto evidenziabili. La poesia in un certo senso collauda la realtà, proprio collegandosi alla lode della realtà, che si fa tanto forte da diventare prova di resistenza, prova di valore".

(Andrea Zanzotto, da un suo scritto dal titolo “Autoritratto")



Da IX ECLOGHE
Per la finestra nuova

Brilla la finestra del verde lungamente

lungamente composto, sogno a sogno,

orti o prati non so; ma quanta brina

prima ch'io mi convinca, quanta neve.

Verde del grano che alzi il capo e irridi

tra l'incerto oro e il vuoto:

tu, mia finestra, e tu, cielo, che porti

a me tra placidi astri gli squillanti satelliti

che il gioco umano ha lanciati, con lampi

di fantascienza, a vagheggiare in orbite

leggiere i colli, e li vede a piè fermo

il bue sul campo arato e la vite e la luna.

O mia finestra, purezza inestinguibile.

Per farti spesi tutto ciò che avevo.

Ora, non lieto, in povertà completa,

ancora tutti i tuoi doni non gusto.

Ma tra poco

tutto mi darai quel che anelavo.

Spoiler:
Andrea Zanzotto
Zanzotto: un parlar fondo come un basar
La poetica di Andrea Zanzotto intrecciata al dialetto, non solo come lingua arcaica, lingua-madre, ma come balbettio originario, prima istanza di quel “vocativo” che il poeta ha percorso in tutta la sua opera.
di Daniela Basso

Il dialetto in Andrea Zanzotto, l’uso del dialetto nella sua poesia, non è mai segno di una lingua “altra”, lingua privata, ma di una lingua originaria, originaria nel suo ritmo interno, che divine il suono della percezione della realtà, del pensiero e dell’immagine che si fa scrittura. A questa ricerca si riconduce il linguaggio definito petèl: linguaggio dell’infanzia, trasmesso dalla madre al figlio, borbottio dalla sonorità liquida, fatto di sillabe che si sciolgono in bocca, del cantilenare dolce e rotto dei bambini in un miscuglio di latte e materia disciolta, dello sciabordìo addormentante, del “latte di Eva”.

Se l’italiano, o meglio, se la “Lingua” sia idonea o meno a esprimere sempre e tutti i sentimenti, o gli aspetti della realtà, è un problema che negli anni Sessanta è stato particolarmente dibattuto, tra l’intarsio plurilinguistico di origine poundina e un ritorno al dialetto. «Il “babelismo” non è tale se non ponendosi dalla prospettiva di una lingua»: secondo Zanzotto l’italiano ha dovuto lottare a lungo con il «super io» costituito dal latino e «l’inconscio» arlecchinesco dei dialetti, ma appunto il problema non era né l’italiano né il dialetto, ma la lingua intesa nel suo senso espressivo, nella sua capacità di essere penetrante, incisiva sulla realtà.

È quindi inesatto nell’opera di Andrea Zanzotto parlare di poesia dialettale, quasi fosse un operazione nostalgica; ma si parla di Lingua nelle sue oscure quanto limpide espressività: “se inpizharà i nostri mili paralar e pensar nóvi/ inte n’parlar che sarà un parlar e pensar nóvi/ inte ‘n parlar che sarà un par tutti/ fondo come un basar,/ vèrt sul ciaro, sul scur,/ davanti la mandra, impiantada inte ‘l scur/ col só taj ciaro, ‘pena guà da sempre (si accenderanno i nostri mille parlare e pensieri novi/ in un parlare che sarà uno per tutti,/ fondo come un baciare/ aperto sulla luce, sul buio/ davanti la mannaia piantata nel buio/ col suo taglio chiaro, appena affilato da sempre”).

A questo proposito è particolarmente significativo l’uso del dialetto in Andrea Zanzotto in opere come Filò e nel lavoro effettuato per il film Casanova di Fellini. Nel 1976, Federico Fellini chiese ad Andrea Zanzotto di scrivere delle cantilene per il suo film Casanova: “vorrei tentare di rompere l’opacità, la convenzione del dialetto veneto che, come tutti i dialetti, si è raggelato in una cifra disemozionata e stucchevole, e cercare di restituirgli freschezza, renderlo più vivo, penetrante, mercuriale, accanito … inventando combinazioni fonetiche e linguistiche in modo che l’assunto verbale rifletta il riverbero della visionarietà stralunata”.

Nella richiesta di Fellini si ripropone tutta la ricerca sul dialetto di Andrea Zanzotto, appunto come lingua non solo originaria, eppure nuova, ma capace di offrire nuova emozione al linguaggio, attraverso suoni più penetranti, accaniti. Alla richiesta di Fellini seguono le cantilene per il Casanova, in un misto di lingua goldoniana e ruzantiana che riesce a farsi forma espressiva per le scene del film e diventa per Zanzotto anche un momento per interrogarsi sulla lingua-dialetto. Il poema Filò quindi si amplia e diviene un vero omaggio alla lingua, al parlare, al “vocare”.

La poesia di Andrea Zanzotto nella sua vera funzione è quella di chiedere, a un occasionale interlocutore, un filo d’erba, il crinale di una collina, chiedere anche alla lingua stessa, attraverso fonemi che nel dialetto si fanno più accaniti, il senso di un rapporto con il mondo, con le cose, con un “Io” sempre più disperso e frammentario: “io ho perduto la traccia,/ sono andato troppo lontano pur rimanendo qui/ avvitato, imbullonato, diventato quasi un ceppo di piombo/ e la poesia non è in nessuna lingua, in nessun luogo”.

L’ultimo libro pubblicato da Andrea Zanzotto – Colloqui con Nino (Tipografia Bernardi) – ripercorre attraverso i dialoghi in dialetto tra lui e l’amico Nino le vicende e le esperienze più disparate, in cui realtà e fantasia tendono a mischiarsi: anche in questo caso non è solo il dialetto a dare forma a una comunicazione passata che appare quasi bizzarra eppure più autentica, ma nel dialetto e nella sua espressività rimbalza l’eco di un rapporto più nitido con la realtà, con il paesaggio, con la terra.

Vecio parlar che tu à inte’l tó saór
Un s’cip del lat de la Eva,
vecio parlar che no so pi,
che me se á descunì
dì par dì ‘inte la boca ( e no tu me basta);
che tu sé cambià co la me fazha
co la me pèl ano par an
(…)
Girar me fa fastidi, in médo a ‘ste masiére
De ti, de mi. Dal dent cagnin del tenp
Inte ‘l piat sivanzhi no ghén resta, e manco
De tut i zhimiteri: òe da dirte zhimithero?
Elo vero che pi no pól esserghe ‘romai
Gnessun parlar de néne-none-mame? Che fa mal
Ai fiói ‘l petel e i gran maestri lo sconsiglia?
(…)
Ma ti vecio parlar, resisti. E si anca i òmi
te desmentegarà senzha inacòrderse,
ghén sarà osèi -
do tre osèi sói magari
dai sbari e dal mazhelo zoladi via -:
doman su l’ultima rama là in cao
in cao se zhiése e pra,
osèi che te à in parà da tant
te parlarà inte’l sol, inte l’onbria.

Traduzione:

Vecchio dialetto che hai nel tuo sapore
un gocciolo del latte di Eva,
vecchio dialetto che non so più,
che mi ti sei estenuato
giorno per giorno nella bocca (e non mi basti);
che sei cambiato come la mia faccia
con la mia pelle anno per anno
(…)
Girare mi dà fastidio, in mezzo a queste macerie
di te, di me. Dal dente accanito del tempo
avanzi non restano nel piatto, e meno
di tutto i cimiteri: devo dirti cimitero?
E’ vero che non può più esserci oramai
nessun parlare di néne nonne-mamme? Che fa male
ai bambini il pètel e gran maestri lo sconsigliano?
(…)
Ma tu vecchio parlare, persisti. E seppur gli uomini
ti dimenticheranno senza accorgersene,
ci saranno uccelli -
due tre uccelli soltanto magari
dagli spari e dal massacro volati via -:
domani sull’ultimo ramo là in fondo
in fondo a siepi e prati,
uccelli che ti hanno appreso da tanto tempo,
ti parleranno dentro il sole, nell’ombra.


Tratto da:

Zanzotto, Andrea
Filò. Per il Casanova di Fellini
Mondadori









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Re: Noi e la parola scritta

Messaggio Da Cantastorie il Mar 18 Ott 2011, 20:39

acc Zanzotto...avevo visto un servizio tv la settimana scorsa sui novant'anni suoi

Il finale tradotto della poesia che hai inserito in spoiler Selanotte è splendida, proprio vero che i poeti sono fiaccole di luce proprio quando tutt'intorno si fa piu' buio,incerto.
Grazie Zanzotto e RIP bacio

Ma tu vecchio parlare, persisti. E seppur gli uomini
ti dimenticheranno senza accorgersene,
ci saranno uccelli -
due tre uccelli soltanto magari
dagli spari e dal massacro volati via -:
domani sull’ultimo ramo là in fondo
in fondo a siepi e prati,
uccelli che ti hanno appreso da tanto tempo,
ti parleranno dentro il sole, nell’ombra.
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Re: Noi e la parola scritta

Messaggio Da sophia il Mar 18 Ott 2011, 22:09

grazie.
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Re: Noi e la parola scritta

Messaggio Da fear-of-the-dark il Mar 18 Ott 2011, 23:47

Cantastorie ha scritto:

Ma tu vecchio parlare, persisti. E seppur gli uomini
ti dimenticheranno senza accorgersene,
ci saranno uccelli -
due tre uccelli soltanto magari
dagli spari e dal massacro volati via -:
domani sull’ultimo ramo là in fondo
in fondo a siepi e prati,
uccelli che ti hanno appreso da tanto tempo,
ti parleranno dentro il sole, nell’ombra.


molto bello... chissà
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